In L’angelo morto, la parola poetica si fa discreta, quasi in punta di piedi, per cercare un contatto con ciò che resta nascosto: l’essere, inteso come verità ultima delle cose. L’autore non usa il linguaggio per esprimere un’emozione individuale, ma per creare uno spazio in cui qualcosa possa accadere, rivelarsi. Il protagonista – l’io – compare solo all’inizio e alla fine della raccolta, come se aprisse e chiudesse il sipario: non è lui al centro, ma ciò che può emergere nel tempo sospeso della poesia. I testi si legano tra loro con continui richiami e riprese, creando un filo silenzioso che attraversa l’intero libro. Al centro c’è un angelo che appare sul marciapiede, figura misteriosa che non rappresenta nulla in particolare, ma che porta con sé la forza di una rivelazione. L’autore non descrive mai direttamente ciò che vuole farci intuire: preferisce dire cosa una cosa non è, per lasciare che la verità si faccia strada da sola, nel vuoto lasciato dalle parole. Così, la poesia diventa un modo per ascoltare ciò che normalmente non si sente, per avvicinarsi a quello che esiste, ma non si mostra. Un’opera che chiede attenzione, silenzio, e la disponibilità a lasciarsi toccare da ciò che sfugge alle definizioni.
Leggi la recensione di Gianluca Bocchinfuso a L’angelo morto (Il Segnale. Percorsi di ricerca letteraria, n. 98)
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Data di pubblicazione
2017-07-20
Anno di pubblicazione
2017
Editore
Pagine
53
ISBN
9788899322335
Luogo di pubblicazione
Cesena
Lingua
Italiano
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